Quasi 4,6 milioni di italiani vivono nelle aree interne considerate a maggiore rischio di spopolamento, al centro della strategia nazionale finanziata con risorse europee e nazionali. Si tratta complessivamente di 1.904 Comuni distanti dai principali centri di offerta di servizi essenziali — istruzione, salute e mobilità — e quindi gravati di quella che il documento definisce una sostanziale perdita di cittadinanza.
Sono passati oltre dieci anni dall’avvio della programmazione 2014-2020, ma i risultati restano deludenti: alla data del monitoraggio risultano spesi poco più della metà delle risorse stanziate per la Strategia. Dei 1,2 miliardi iniziali sono stati liquidati 706,5 milioni, pari al 56,7% del totale.
Queste risorse erano destinate a rafforzare servizi essenziali nelle aree interne: potenziamento di ambulatori e farmacie di servizio, attività di medicina generale domiciliare, figure come gli infermieri di comunità, servizi aggiuntivi di trasporto pubblico locale e di trasporto scolastico dedicato. Tra gli interventi previsti figuravano anche formazione per gli insegnanti della scuola primaria, miglioramenti per l’offerta degli istituti tecnici e professionali, gestione dei servizi agli anziani tramite cooperative, tutela delle attività artigiane e incentivi al turismo locale.
La Relazione sugli interventi nelle aree sottoutilizzate, allegata al Documento di finanza pubblica approvato dal Consiglio dei ministri, fa emergere anche uno sbilanciamento tra le fonti di finanziamento. Per la quota europea della Strategia — pari a 545 milioni — si prevede la rendicontazione completa. Molto più lenta risulta invece l’attuazione delle risorse nazionali: i circa 700,8 milioni ripartiti tra Fondo sviluppo e coesione, risorse Cipess e fondi regionali, comunali o delle Asl presentano un avanzamento di spesa fermo al 23%, mentre gli impegni hanno raggiunto il 55%.
Le aree interne selezionate nella programmazione 2014-2020 erano 72 tra Nord e Mezzogiorno, per un totale di circa 2 milioni di abitanti e il 17% della superficie nazionale. Tuttavia la fase di definizione dei 72 Accordi di programma quadro attuativi si è conclusa solo alla fine del 2021, rallentando l’avvio operativo degli interventi e complicando il monitoraggio.
Nel 2025 il Dipartimento per le politiche di coesione ha intensificato l’attività di controllo per ottenere informazioni più dettagliate sull’avanzamento delle spese. Parallelamente si è avviata la programmazione 2021-2027: il nuovo ciclo prevede 56 aree aggiuntive che si sommano alle 71 (su 72) confermate del periodo precedente, arrivando a 127 aree complessive, interessando oltre 1.900 Comuni e quasi 4,6 milioni di residenti.
Nel 2023 è stata istituita una cabina di regia incaricata di approvare il Piano strategico per lo sviluppo delle aree interne, approvato quasi due anni più tardi; le prime Strategie di area sono state approvate all’inizio del 2026. Per accelerare le procedure e snellire l’iter dei progetti, il Dipartimento sta predisponendo una piattaforma informatica per la gestione degli Accordi di programma quadro. Evitare il ripetersi dei ritardi registrati nel precedente periodo di spesa è considerato indispensabile per garantire l’efficacia degli interventi nelle aree interne.

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