Negli ultimi due anni l’Italia ha avviato una serie di interventi normativi e istituzionali che ridefiniscono il perimetro della politica economica e infrastrutturale, spostando il baricentro decisionale dal livello regionale verso un coordinamento più deciso a livello nazionale.
La cosiddetta riforma della politica di coesione, sancita dal D.L. 60/2024 convertito in L. 95/2024, ha rappresentato un momento chiave di questo percorso. Con essa è stato compiuto un progressivo trasferimento di competenze e funzioni, in precedenza gestite per lo più dalle Regioni, verso schemi di governance ispirati al modello di coordinamento nazionale già adottato per il PNRR.
Un passaggio centrale è stato il Decreto Sud (D.L. 124/2023, convertito in L. 162/2023), che ha introdotto misure di sviluppo territoriale finanziate anche con risorse nazionali. Tra le iniziative più rilevanti figurano le zone economiche speciali (ZES), nate nel 2017 nel Mezzogiorno su base prevalentemente bottom-up e ancorate a logiche di specializzazione settoriale locale. Le ZES originarie comprendevano aree portuali, retro-portuali o piattaforme logistiche in cui le imprese potevano usufruire di incentivi fiscali, semplificazioni amministrative e benefici integrabili dalle singole Regioni.
A seguito delle riforme, a partire dal 2024 le otto ZES regionali sono state ricondotte in una ZES unica che abbraccia l’intero territorio del Mezzogiorno, con l’estensione recente alle regioni Marche e Umbria. La governance delle ZES è stata accentrata presso la Presidenza del Consiglio, mentre alle imprese è riconosciuto un credito d’imposta per investimenti in beni strumentali e un iter autorizzativo semplificato per l’avvio, l’ampliamento o la riconversione degli stabilimenti produttivi. Si discute ora l’ipotesi di estendere lo strumento a livello nazionale.
In continuità con questa linea di intervento si colloca il disegno di legge n. 2925, attualmente in discussione alla Commissione Trasporti della Camera. La proposta segna uno dei cambiamenti più significativi nella governance portuale italiana degli ultimi trent’anni, puntando a concentrare la strategia marittima e a riorientare la catena delle decisioni su scala centrale.
Al centro del nuovo assetto è prevista la costituzione di Porti d’Italia S.p.A., una società pubblica incaricata di realizzare investimenti infrastrutturali strategici e opere straordinarie negli scali di interesse nazionale e internazionale. Alle Autorità di sistema portuale rimarrebbero invece competenze gestionali: regolazione locale, concessioni, servizi e manutenzione ordinaria.
La proposta non si limita a creare uno strumento di coordinamento: introduce un vero accentramento di competenze e risorse. Porti d’Italia è concepita come un concessionario pubblico unitario, assimilabile per funzione ai soggetti presenti in altri comparti infrastrutturali come RFI o ANAS, con il compito di programmare e realizzare investimenti secondo un piano nazionale coerente. Decisioni che incidono sul posizionamento competitivo degli scali verrebbero quindi trasferite dal livello portuale-territoriale a una cabina di regia centrale.
Anche l’aspetto finanziario è oggetto di riordino: il disegno di legge istituisce un Fondo per le infrastrutture strategiche di trasporto marittimo alimentato da quote delle entrate portuali, di fatto convogliando risorse generate localmente verso una gestione nazionale. Questo meccanismo ridisegna la disponibilità finanziaria delle singole Autorità di sistema portuale.
L’insieme delle riforme in corso disegna un processo coerente su più fronti: riaccentramento di potere e risorse dal territorio al centro, passaggio da un approccio bottom-up a uno top-down, enfasi su efficienza e coordinamento per ridurre la frammentazione e applicazione trasversale a politiche di sviluppo locale, industriali e infrastrutturali. Il risultato è una riorganizzazione della governance che alcuni descrivono come una “ZES-unificazione” della politica economica: strumenti nati per una gestione decentrata vengono ricondotti in schemi centralizzati.
Se l’obiettivo dichiarato è rafforzare il coordinamento nazionale per superare frammentazioni inefficaci, la questione cruciale resta la modalità di attuazione. Le politiche territoriali avevano la finalità di evitare interventi uniformi calati dall’alto, rispondendo alle specificità locali; il ritorno a un modello più centralizzato può migliorare la capacità di risposta alle emergenze e ampliare lo spazio di manovra dei governi, ma solleva dubbi sul funzionamento della governance multilivello a scala nazionale ed europea e sulla capacità di tenere insieme efficacia e rispetto delle peculiarità territoriali.
Il dibattito sulle scelte di governance economica e infrastrutturale resta dunque aperto: le scelte adottate determineranno non solo la distribuzione di poteri e risorse tra Stato e territori, ma anche il profilo della politica economica italiana nei prossimi anni.

Maggiori approfondimenti: https://www.ilsole24ore.com/art/dalla-coesione-porti-ritorno-centralismo-politica-economica-italiana-AJtJ6PH

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