Il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, ha ordinato ad Acciaierie d’Italia Energia di fermare entro 30 giorni, con decorrenza dal 13 aprile, la centrale elettrica che alimenta gli impianti dello stabilimento siderurgico ex Ilva. Il provvedimento contesta all’azienda, in amministrazione straordinaria, l’assenza della presentazione del piano di riduzione per il rischio non cancerogeno relativo ai parametri emissivi di arsenico, cobalto e nichel.
Nell’ordinanza il sindaco richiama il principio di precauzione ambientale previsto dall’art. 3‑ter del codice dell’ambiente, secondo il quale, in presenza di incertezze o di un ragionevole dubbio sulla portata dei rischi per la salute, possono essere adottate misure di protezione senza attendere la piena dimostrazione della gravità degli stessi. Viene inoltre evocata la legge regionale pugliese n. 21 del 2012, che ha l’obiettivo di prevenire pericoli gravi, immediati o differiti, per la salute e per il territorio regionale.
L’ordinanza muove dalla Valutazione del danno sanitario (Vds) per l’area di Taranto riferita al 2024, redatta da Arpa Puglia, Aress Puglia e Asl Taranto ai sensi della legge regionale 2012. Nel rapporto si segnala che il rischio cancerogeno inalatorio, calcolato considerando lo scenario Aia — che include le emissioni di AdI, della raffineria Eni e della centrale elettrica, oltre ad altri impianti — supera la soglia di accettabilità, rendendo necessario un piano di riduzione dell’esposizione.
A marzo 2025 la giunta regionale della Puglia ha preso atto della Vds e il Dipartimento ambiente ha successivamente invitato gli stabilimenti coinvolti a presentare i piani di riduzione delle emissioni. Acciaierie d’Italia Energia ha chiesto il riesame in autotutela dell’atto regionale, ma la Regione ha ritenuto che la centrale sia soggetta all’applicazione della normativa regionale e che pertanto il piano debba essere presentato.
Nel giugno 2025 la Regione ha diffidato Acciaierie d’Italia Energia a presentare il piano contenente le misure e gli interventi necessari per raggiungere gli obiettivi di riduzione individuati nella VDS 2024, prevedendone la successiva valutazione e approvazione da parte di Arpa Puglia, Aress Puglia e Asl Taranto. Secondo quanto riporta l’ordinanza del sindaco, l’azienda non avrebbe fornito riscontri utili.
Acciaierie d’Italia, per conto del gruppo, ha già annunciato l’intenzione di impugnare l’ordinanza davanti al Tar chiedendone la sospensiva. L’azienda sostiene che lo stop della centrale renderebbe impossibile il recupero e la gestione dei gas del ciclo siderurgico: privati della possibilità di essere bruciati in torcia o utilizzati per la produzione elettrica, tali gas non avrebbero alcuna via di smaltimento, con conseguente blocco del ciclo produttivo.
Secondo le ricadute descritte nell’ordinanza, l’impossibilità di gestire i gas comporterebbe la fermata dell’area a caldo, il cuore dello stabilimento di Taranto. La decisione interviene mentre si stanno completando i lavori di manutenzione e si programma il riavvio del secondo altoforno, il numero 4, e delle batterie delle cokerie, entrambi previsti a fine mese con l’obiettivo di riportare da maggio la capacità produttiva annua dello stabilimento a 4 milioni di tonnellate.
Il blocco della centrale renderebbe inoltre impossibile l’approvvigionamento di energia elettrica ottenuta dai gas siderurgici, impiegata per alimentare gli impianti a valle dell’area a caldo. Senza l’area a caldo e senza produzione d’acciaio, si determinerebbe l’arresto non solo delle lavorazioni nello stabilimento di Taranto, ma — per la stretta interconnessione degli impianti — anche delle attività degli altri siti del gruppo nel Nord Italia.
La decisione del sindaco arriva pochi giorni dopo gli incontri tra rappresentanti del gruppo siderurgico indiano Jindal — attualmente in pole per l’acquisizione dell’asset industriale rispetto al fondo americano Flacks Group — e le istituzioni locali. Jindal ha già presentato la propria proposta alle autorità regionali e comunali e gli interlocutori hanno definito gli incontri positivi. L’ordinanza però apre ora la prospettiva di uno stop produttivo che potrebbe influire sulle trattative e sul futuro operativo dell’impianto di Taranto.

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