Il confronto tra Stati Uniti, Cina ed Europa mostra chiaramente una nuova fase delle relazioni internazionali, caratterizzata da una mescolanza di rivalità strategica e interdipendenza. Se in passato la globalizzazione lasciava alle imprese il compito di determinare localizzazioni produttive e tecnologie, oggi gli Stati intervengono con logiche geopolitiche per tutelare priorità nazionali, anche al di fuori di beni collettivi come l’ambiente.
Le strategie delle tre aree sono differenti e si fondano su punti di forza distinti. La Cina beneficia di un tasso di risparmio vicino al 40% e di un piano pluridecennale di formazione dei talenti, avviato negli anni Novanta con l’obiettivo di sviluppare atenei di livello internazionale. Gli Stati Uniti, pur non generando risparmio domestico su vasta scala, raccolgono capitali grazie al ruolo del dollaro e all’attrattiva dell’innovazione tecnologica, che rimangono forti magneti per gli investimenti.
L’Europa si trova in una posizione intermedia ma conserva strumenti rilevanti se saprà agire con coesione e coraggio. Investire in innovazione tecnologica, ampliare gli accordi commerciali e utilizzare strumenti anti coercizione sono alcune delle leve a disposizione. La ripresa del terreno europeo passa anche per una maggiore integrazione politica e finanziaria, secondo osservatori che richiamano le linee guida indicate dall’ex leadership europea.
Parte cruciale di questa strategia è la costruzione di una difesa comune, non solo per ragioni di sicurezza ma anche per le ricadute positive in termini di innovazione. Per rendere operative decisioni condivise è stato suggerito un uso più deciso dell’articolo 122, che permette decisioni a maggioranza qualificata e finora è stato applicato numerose volte. Gli investimenti dovrebbero essere finanziati tramite debito comune, poiché sui mercati l’appetito per un debito sovrano europeo risulta elevato.
Sul fronte tecnologico, le proiezioni dell’Ocse indicano che metà della crescita della produttività nel prossimo decennio proverrà dalla diffusione dell’intelligenza artificiale. In questo panorama gli Stati Uniti predispongono investimenti in data center fino a cinque volte superiori rispetto all’Europa entro il 2030, un divario che mette in evidenza la necessità di piani industriali e infrastrutturali europei più ambiziosi.
L’Unione deve inoltre affrontare rapidamente due questioni interne: la politica migratoria, strumento per contrastare il calo demografico, e la regolamentazione tecnologica, necessaria ma da calibrare per non diventare inutilmente invasiva. Anche il mondo imprenditoriale invita a condizioni di mercato favorevoli: per esempio, per il sito produttivo di Trieste una multinazionale ha annunciato un investimento di 500 milioni in cinque anni, condizionato a contesti regolatori e di mercato sostenibili.
In sintesi, il futuro posizionamento dell’Europa fra le due superpotenze dipenderà dalla capacità di combinare coesione politica, investimenti condivisi in difesa e tecnologia, e norme che stimolino l’attrattività degli investimenti senza soffocare l’iniziativa privata.

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