Le imprese dell’Emilia-Romagna mantengono una forte propensione agli investimenti, ma per il 2026 registrano una decisa cautela nella programmazione. Dopo i 690 milioni investiti nel 2025, i piani per il 2026 scendono a 611 milioni, un calo dell’11% che riflette una scelta di selezione e di maggiore valutazione del rischio più che una rinuncia all’innovazione.
Lo rileva l’indagine annuale di Confindustria Emilia-Romagna, basata su un campione di 329 imprese che insieme fatturano 17,7 miliardi. Dallo studio emerge che gli investimenti hanno assorbito lo scorso anno in media il 4,9% del fatturato, leggermente sotto il 5,3% registrato nel 2024. Nonostante la flessione degli importi, l’86% delle società prevede comunque di continuare a investire anche nel 2026.
I dati mostrano andamenti differenti a seconda della dimensione aziendale: le piccole imprese aumentano gli investimenti del 6%, riconfermando la necessità di rinnovamento continuo; le medie riducono la loro spesa; le grandi aziende registrano un calo del 18%. Quest’ultimo dato va interpretato con cautela, poiché i grandi gruppi operano cicli di investimento più discontinui e non necessariamente effettuano operazioni rilevanti ogni anno.
A influenzare le scelte degli imprenditori sono soprattutto fattori esterni. Il 35,6% delle imprese indica l’incertezza geopolitica come elemento frenante, mentre burocrazia e difficoltà a prevedere la domanda pesano sulle decisioni. Per le medie imprese l’onere degli adempimenti amministrativi è ormai il principale ostacolo; per le grandi, il problema più critico resta la reperibilità di competenze adeguate.
«Il capitale umano assume una valenza sempre più strategica», commenta Riccardo Fava, presidente regionale di Confindustria Emilia-Romagna, sottolineando che la capacità di attrarre, formare e trattenere talenti sarà uno dei fattori competitivi principali nei prossimi anni.
Nelle priorità d’investimento le imprese privilegiano macchinari (72% del campione), software (64%) e formazione (63%), mentre la digitalizzazione, la ricerca e lo sviluppo delle competenze acquistano sempre più peso. Questo cambiamento evidenzia come l’investimento industriale non riguardi più soltanto impianti e linee produttive, ma si basi su un intreccio tra capitale fisico, tecnologia e persone.
Le piccole imprese mostrano però un ritardo nei progetti di ricerca, sostenibilità e innovazione digitale, una fragilità che, avverte Fava, «rischia di allargare il divario di produttività interno al sistema regionale». A questo proposito Confindustria propone alla Regione un «shock burocratico» con l’obiettivo di ridurre del 30% i tempi autorizzativi delle procedure, indicandolo come misura necessaria per dare impulso agli investimenti.
Il giudizio sull’operato regionale non è univocamente critico: Confindustria riconosce il valore di iniziative come il Patto per il lavoro e per il clima e lo sblocco del Passante di Bologna. Tuttavia restano questioni aperte, dalla Cispadana, ritenuta strategica per lo sviluppo di alcune aree, alle infrastrutture e alla dimensione energetica. Per le imprese della regione, conclude l’associazione, non è il momento di rallentare.

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