La combinazione di Brexit e pandemia ha segnato profondamente le imprese italiane attive nel Regno Unito, ma non ha stravolto i flussi commerciali complessivi tra i due Paesi. Le aziende hanno dovuto affrontare soprattutto difficoltà burocratiche e una crisi della manodopera, in particolare nei settori della ristorazione e della logistica. Nonostante questi ostacoli, l’interscambio complessivo si è mantenuto stabile nell’ultimo decennio, attestandosi intorno ai 31-35 miliardi di euro annui.
I dati forniti da Assocamerestero, su fonti Maeci e Istat, mostrano un saldo commerciale costantemente favorevole all’Italia: dall’avanzo di 15,3 miliardi nel 2021 si è passati a 19,5 miliardi nel 2025, con una crescita di oltre il 27% in cinque anni. Secondo la banca dati Reprint (Istat/Ice), a fine 2023 risultavano attive nel Regno Unito 2.234 società italiane, in aumento rispetto alle 2.084 dell’anno precedente, con oltre 103mila addetti e un fatturato aggregato di 33,5 miliardi di euro.
I settori con maggiore presenza sono aerospazio, energia, automotive, alimentare e arredo. Quanto alle esportazioni italiane verso il Regno Unito, nel 2025 hanno raggiunto 26,9 miliardi di euro: prodotti alimentari e bevande rappresentano la quota più rilevante (4,6 miliardi, pari al 16,9% del totale), seguiti da macchinari (3,8 miliardi), mezzi di trasporto (3,6 miliardi), metalli di base (2,9 miliardi), moda (2,2 miliardi) e farmaceutico (1,9 miliardi).
Per Roberto Costa, presidente della Camera di commercio e industria italiana per il Regno Unito e parte del network delle Camere di commercio italiane all’estero socie di Assocamerestero, la lezione emersa dopo dieci anni dal referendum non riguarda tanto i cambiamenti nel Regno Unito quanto le modalità con cui le imprese italiane si sono adattate: “Dieci anni dopo il referendum, la vera lezione per le imprese italiane non è quanto sia cambiato il Regno Unito, ma quanto siamo cambiati noi nel modo di starci dentro”. La Camera lavora quotidianamente per trasformare la complessità in un vantaggio competitivo.
La prima discontinuità registrata dalle imprese è stata di natura psicologica, più che doganale. Nella fase di transizione molte piccole e medie imprese, soprattutto del food & beverage e del tessile, hanno assunto un atteggiamento attendista, sospendendo o rallentando progetti di espansione già avviati. L’aumento della burocrazia, in particolare per il settore alimentare, e le nuove regole introdotte dal Trade and Cooperation Agreement del gennaio 2021 — con norme sull’origine, barriere sanitarie e fitosanitarie, raddoppio degli adempimenti doganali e frammentazione delle filiere logistiche — hanno comportato costi e oneri aggiuntivi che molte Pmi meno strutturate non hanno potuto o voluto sostenere.
Di conseguenza, numerose imprese hanno abbandonato il mercato britannico o ne hanno ridotto la presenza a operazioni episodiche. Le aziende di maggiori dimensioni hanno invece trovato più agevole affrontare le nuove complessità, pur registrando difficoltà. Enzo Lamberti, ceo di LDH (La Doria), controllata del gruppo La Doria nel Regno Unito che opera come importatore e distributore, sottolinea che “per il nostro settore gli effetti più impattanti sono stati sul fronte amministrativo e della forza lavoro”. Lamberti evidenzia comunque l’importanza del mercato britannico per il gruppo, ribadita dagli investimenti per una nuova piattaforma logistica inaugurata nel 2020.
Un giudizio critico arriva da Marzo Zerboni, titolare con Giulio Temporin di Up on the Tables, specializzata in tableware e anche agente per marchi italiani del food: “Brexit è stata un disastro per la ristorazione: i costi di trasporto sono raddoppiati, i tempi si sono allungati, la manodopera non si trova e il potere d’acquisto dei britannici è diminuito.” Nonostante le difficoltà, Zerboni conferma che la sua azienda continua a operare con buoni risultati, pur osservando un Paese molto diverso rispetto agli anni Novanta.
Il presidente Costa porta però un’analisi più ottimista: il volume degli scambi è rimasto stabile e negli ultimi anni si è osservato un riavvicinamento del Regno Unito all’Unione europea. Pur ritenendo improbabile un ritorno completo alle condizioni precedenti a Brexit, segnala alcune aperture: tra queste, l’ipotesi di eliminare le certificazioni fitosanitarie sugli alimenti — tema che sarà discusso durante l’estate — e il previsto rientro del Regno Unito nel programma Erasmus a partire dal 2027.
Complessivamente, il quadro che emerge è quello di una relazione commerciale che ha saputo resistere a uno shock istituzionale e alla pandemia, pur cambiando nella sua fisionomia operativa. Per molte imprese italiane la sfida continua a essere il fatto di trasformare oneri e barriere amministrative in opportunità, adattando strategie e investimenti per rimanere competitivi su un mercato che resta strategico ma più complesso.

Maggiori approfondimenti: https://www.ilsole24ore.com/art/la-brexit-non-ha-fermato-scambi-italia-e-uk-export-2025-27-miliardi-AJ3MPdU

Ebilav.it - CF: 97795640016 - © 2015-2019 Koweb | Tutti i diritti riservati