Mentre si riapre il dibattito su efficienza e governance delle regioni in vista delle prossime tornate elettorali, un passaggio significativo è stato trascurato di recente: l’estensione della zona economica speciale, la Zes unica, alle Marche e all’Umbria insieme al Sud. L’annuncio di Giorgia Meloni ha suscitato polemiche in vista delle elezioni marchigiane imminenti. Tuttavia, i presidenti delle due regioni, incluso l’emergente figura di Stefania Proietti, si sono mostrati favorevoli alla novità, prevendo maggiori investimenti e nuova occupazione.
Oltre alle reazioni immediate, è necessaria una visione a lungo termine per cogliere appieno l’importanza di questo cambiamento. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’ Italia si divideva in tre macro aree. Gli anni Cinquanta e Sessanta hanno visto un avvicinamento progressivo tra le varie regioni, ma negli anni successivi, il Sud ha subito un arresto nello sviluppo. Al contrario, il Nord-Est e parte del Centro hanno continuato a crescere, definendo la cosiddetta “ Terza Italia“, comprendente regioni come il Triveneto, l’Emilia-Romagna, la Toscana, le Marche e l’Umbria.
Negli ultimi decenni, l’Umbria e le Marche hanno registrato una diminuzione del Pil pro capite, evidenziando la difficoltà del tessuto manifatturiero locale nel rimanere competitivo nell’era digitale. Le politiche industriali regionali, secondo l’economista Donato Iacobucci, hanno contribuito a tale situazione. Con l’inclusione di Umbria e Marche nella Zes unica insieme alle regioni meridionali, si suggella un cambiamento significativo. Luca Bianchi, direttore della Svimez, parla di un “secondo Mezzogiorno” che si estende anche a territori precedentemente parte della Terza Italia. Nel frattempo, Lazio e Toscana mantengono livelli di performance economici allineati al Nord, delineando una spaccatura nel Centro Italia.
La questione dei divari regionali torna prepotente, sollecitando una riflessione sulle politiche territoriali. L’ampliamento della Zes rappresenta un’opportunità per riconsiderare il modello istituzionale che possa promuovere lo sviluppo e la coesione dello Stato. La diversità regionale non è solo un tema economico ma anche culturale e civile, richiedendo un nuovo approccio discorsivo e politico. Prendendo spunto dalla storia delle Lettere meridionali di Pasquale Villari, è evidente che sarà necessario un impegno paragonabile per affrontare le sfide del nuovo contesto territoriale. La nascita di questo “secondo Mezzogiorno” implica interrogativi etici e politici cruciali per il futuro dell’ Italia come nazione unita.
Maggiori approfondimenti: https://www.ilsole24ore.com/art/dalla-terza-italia-secondo-mezzogiorno-AHl3YffC

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