Il timore che il tavolo di trattativa saltasse era tangibile, tuttavia, dopo due giorni, è giunta la nota del Mimit che conferma che i liquidatori britannici di La Perla Global Management UK e i curatori delle controllate italiane hanno raggiunto un accordo temporaneo. Tale intesa mira a riprendere la produzione e la vendita di lingerie di alto livello “Made in Bologna” utilizzando il prestigioso marchio attualmente gestito da società inglesi. L’obiettivo è commercializzare i prodotti attraverso la società italiana in liquidazione giudiziale. Il comunicato ufficiale menziona che è stata concordata una soluzione provvisoria per permettere a La Perla Manufacturing di produrre capi con il marchio “La Perla” e metterli sul mercato. I sindacati sono in attesa di confrontarsi con i commissari di La Perla Manufacturing prima di esprimersi in merito a questo accordo. L’auspicio è che la procedura concorsuale, finora applicata solo alla Manufacturing, possa estendersi anche alla società di commercio e a quella di gestione, inclusa la società madre britannica, per centralizzare il controllo delle varie componenti di La Perla nelle mani dei commissari italiani e facilitare l’interesse degli acquirenti. Sebbene la nota non fornisca dettagli al riguardo, attesta che ai meeting hanno partecipato rappresentanti ministeriali, liquidatori britannici, curatori italiani di La Perla Global Management, commissari di La Perla Manufacturing e curatore di La Perla Italia. Tutte le parti coinvolte stanno lavorando per perfezionare un protocollo d’intesa, il primo dopo la Brexit, allo scopo di massimizzare il valore del Gruppo e coordinare efficacemente le procedure. Il cammino verso l’unificazione delle procedure è appena cominciato. La nota del Mimit sottolinea che le parti sono impegnate a continuare il dialogo per risolvere le questioni ancora irrisolte nel minor tempo possibile. La complicata vicenda del fallimento transfrontaliero di La Perla, il primo caso significativo dopo la Brexit con un nuovo Codice della crisi vigente in Italia, si preannuncia come un caso emblematico, destinato a segnare la storia non solo nell’ambito dell’alta moda, ma anche nella giurisprudenza europea, complicata dalle proteste teatrali con mutande e reggiseni giganti da parte delle lavoratrici tra Bologna, Roma e Bruxelles. L’aspettativa che unicamente unificando le procedure italiane con quelle britanniche sia possibile preservare i posti di lavoro è stata confermata durante un incontro recente presso la Regione Emilia-Romagna, al quale hanno partecipato giuristi, politici, accademici e rappresentanti sindacali. Da questa settimana, circa 250 dipendenti italiani del gruppo sono tornati a lavorare nella fabbrica di lingerie di via Mattei, in vista di una ripresa graduale guidata da tre commissari governativi arrivati lo scorso maggio. Tuttavia, non vi è alcuna garanzia riguardo all’utilizzo del marchio La Perla e alla possibilità di vendita, dato che dal 2017 il marchio e tutti gli asset sono di proprietà della holding britannica La Perla Global Management UK, la cui liquidazione è stata avviata nel novembre 2023 dalla Corte britannica. La riapertura della produzione è fondamentale per la vendita dell’azienda, sottolinea Stefania Pisani, segretaria generale della Filctem Cgil Bologna. Questo avviene grazie all’intervento di Tyche Bank, specializzata in procedure concorsuali e finanza aziendale, che ha fornito la liquidità indispensabile a La Perla. Anche se sono state presentate dieci offerte per l’acquisto della Manufacturing, un acquirente serio deve acquisire l’intero pacchetto aziendale, inclusi il marchio e tutte le divisioni, per conferire un reale valore al gruppo sul mercato e garantire la stabilità occupazionale. La holding britannica ha suddiviso la vecchia La Perla in tre Srl, tre società italiane legalmente indipendenti ma, di fatto, tre unità di business o funzioni diverse di una stessa azienda: La Perla Manufacturing, La Perla Italia, responsabile dei negozi, e La Perla Management, la parte amministrativa italiana. Il Tribunale di Bologna ha dichiarato lo stato di insolvenza, non solo per le due società italiane sopracitate, ma anche per la holding britannica già sotto la supervisione dei liquidatori inglesi, con i marchi congelati. Fabio Onofri, commercialista e revisore legale, sostiene che La Perla non ha subito una crisi economica negli ultimi anni, bensì problemi di liquidità dovuti all’approccio speculativo del fondo Tennor. Durante un convegno regionale ha sottolineato che gli ultimi bilanci depositati (riferiti al 2022) dimostrano che i ricavi superano i costi, ma le perdite contabili sono dovute a valutazioni sbagliate e costi inflazionati per decisioni del fondo di Windhorst, non legati alla gestione ordinaria dell’azienda. Gli esperti Federico Maria Mucciarelli e Filippo Aiello hanno discusso le implicazioni della Brexit su un fallimento transfrontaliero e le possibilità di salvaguardare l’occupazione di un sito produttivo italiano di proprietà non UE. Diverse questioni dovranno essere risolte, dal momento che i gruppi societari operano nella pratica ma non seguono i rispettivi codici normativi, alla disciplina della direzione e coordinamento di una società madre. L’implementazione del “ Comi-Center of main interest” è decisivo, poiché consentirebbe di superare l’automatismo legale basato sulla nazionalità del debitore dimostrando che la gestione è prevalentemente altrove. È essenziale provare che le società insolventi in Italia e Regno Unito gravitino effettivamente attorno alla sede bolognese. “Ecco perché – conclude Mucciarelli – il mercato globale riconosce La Perla come un’azienda di via Mattei a Bologna, non in Gran Bretagna o Olanda.”
Maggiori approfondimenti: https://www.ilsole24ore.com/art/la-perla-accordo-temporaneo-mimit-liquidatori-inglesi-e-commissari-italiani-la-ripartenza-produzione-e-vendita-AFx0BPkD

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