Dal primo aprile è meno facile lavorare da casa: per l’opportunità ma anche l’onere di produrre direttamente da casa propria si torna infatti alle vecchie norme. Ma le possibilità offerte dal lavoro smart (conciliazione dei tempi della famiglia, minor inquinamento e congestione delle città, ad esempio) hanno lasciato il segno e ora si ipotizza un’evoluzione di questo strumento. Non solo: si inizia anche ad incardinare in Parlamento la discussione sulla settimana corta: inizia giovedì in sede referente in Commissione Lavoro della Camera, l’avvio dell’esame della proposta di legge delle opposizioni.
A partire da ieri dunque finisce lo smart working garantito dalle procedure semplificate attivate durante il Covid (ad esempio per alcune patologie) e sarà possibile soltanto affidarsi agli accordi individuali tra azienda e lavoratori. Una nuova fase per un fenomeno in crescita: dopo i picchi della pandemia e una graduale riduzione negli ultimi due anni, nel 2023 i lavoratori da remoto nel nostro paese si assestano a 3,585 milioni, in leggera crescita rispetto ai 3,570 milioni del 2022, ma ben il 541% in più rispetto al pre-Covid. Nel 2024 si stima saranno 3,65 milioni gli smart worker in Italia. In questo scenario si torna quindi al modello stabilito nel 2017. Il Covid aveva comportato un utilizzo massivo dello strumento, che dall’innovazione organizzativa è migrato verso una finalità emergenziale. Ciò ha generato due effetti di sistema: da un lato sganciando lo smart working dalla finalità propriamente imprenditoriale, ma dall’altro ha dimostrato la sua ampia praticabilità e i suoi benefici anche sul piano sociale, osserva il giuslavorista Francesco Rotondi, consigliere del Cnel. Secondo il Politecnico di Milano quasi tutte le grandi imprese (96%) prevedevano al loro interno iniziative di Smart Working, in larga parte con modelli strutturati, e con il 20% delle imprese impegnate a estendere l’applicazione anche a profili tecnici e operativi precedentemente esclusi. Lo Smart Working era presente anche nel 56% delle PMI e nel 61% degli enti pubblici, con iniziative strutturate presenti soprattutto nelle realtà di maggiori dimensioni. Lo Smart Working ha generato effetti importanti sull’ambiente: 2 giorni a settimana di lavoro da remoto evitano l’emissione di 480kg di CO2 all’anno a persona grazie alla diminuzione degli spostamenti e il minor uso degli uffici. Trasformazioni importanti hanno riguardato anche le abitudini: il 44% di chi lavorava da remoto lo faceva – almeno in qualche occasione – da luoghi diversi da casa propria, come spazi di coworking, altre sedi dell’azienda o altri luoghi della città. Alla prima fase di scetticismo, è seguita una fase di ottimismo eccessivo, che ha per certi aspetti sottovalutato la necessità di coniugare lo smart working con lo stile organizzativo delle imprese, sottolinea Rotondi. Il punto di partenza per una analisi matura dello smart working dovrebbe essere il ripensamento del modus operandi della subordinazione, che sempre più deve tendere a rinsaldare il legame tra il modo di rendere la prestazione e i risultati attesi dall’imprenditore. Questo collegamento è insito nella stessa natura dello smart working, come lavoro non misurabile in base al solo tempo della prestazione, con sottoposizione a controlli sul luogo di lavoro, ma anche e soprattutto in base ai risultati prodotti.

Maggiori approfondimenti: http://www.conquistedellavoro.it/attualit%C3%A0/finisce-lo-smart-working-semplificato-necessario-costruire-un-nuovo-modello-1.3271298

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