Palazzo Chigi ha sollecitato un impegno straordinario delle imprese italiane per valutare il nuovo dossier sull’ex Ilva. L’esecutivo segue la vicenda con grande attenzione: oltre a una riunione ministeriale serale, nelle prossime ore sono previsti incontri con le organizzazioni sindacali e, poi, con le aziende interessate. L’obiettivo di Chigi è verificare le condizioni per la formazione di una cordata nazionale in grado di rilevare parti dell’attività siderurgica rimaste nel perimetro dopo le novità giudiziarie.
Per il confronto di domani sono attesi a colloquio rappresentanti delle associazioni industriali e dei grandi gruppi: il presidente di Viale dell’Astronomia Emanuele Orsini, il presidente di Federmeccanica Silvano Simone Bettini e il presidente di Federacciai Antonio Gozzi, insieme al futuro numero uno degli acciai, Alessandro Banzato. Gli industriali si dicono pronti ad analizzare le nuove condizioni di contesto, anche alla luce dell’esclusione dell’area a caldo dal bando disposta dalla magistratura di Milano, provvedimento che ha fatto cadere l’ipotesi di replicare il caso Riva.
Tre sono le questioni principali che le imprese dovranno affrontare. La prima riguarda il nuovo bando che il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ha annunciato per settembre: una rimodulazione che, secondo il governo, chiude certe possibilità di riproporre la precedente gara che includeva l’area a caldo, oggi rimossa dal perimetro. La seconda questione è legata alla catena di approvvigionamento delle materie prime per le attività previste, in particolare per la laminazione: bramme destinate a Taranto e coils per gli stabilimenti di Novi Ligure e Cornigliano stanno incontrando crescenti difficoltà doganali all’importazione dall’estero.
La terza questione riguarda il finanziamento degli interventi industriali. La realizzazione dell’impianto DRI (Direct Reduced Iron) richiederebbe una cifra inizialmente stimata in circa un miliardo di euro, poi ridotta a 800 milioni in una prima struttura societaria veicolo controllata da Invitalia. Restano così da reperire 200 milioni e, al contempo, la cifra residua è stata in parte ridestinata, con l’ultimo decreto sul Pnrr, a misure generiche di decarbonizzazione. Nel dossier sono inoltre presenti 570 milioni di euro legati a contratti di sviluppo: risorse oggi vincolate ad attività riferite all’area a caldo (ad esempio l’altoforno 5), che non saranno più operative. Va ricordato che la meccanica ordinaria dei contratti di sviluppo prevede in genere una contribuzione privata del 60% e pubblica del 40%.
Sul versante sociale, la tensione è cresciuta: ieri si sono svolte otto ore di sciopero indette da Fim-Cisl, Fiom-Cgil, Uilm e Usb, con una partecipazione che ha coinvolto non solo gli addetti dell’acciaieria ma anche lavoratori delle imprese appaltatrici e dell’indotto. Durante la protesta una porzione della Statale 7 davanti allo stabilimento di Taranto è stata occupata per un’ora.
I sindacati parteciperanno oggi al primo dei quattro incontri convocati dal ministro per le Imprese e il Made in Italy, Adolfo Urso, al Mimit. Hanno annunciato che presenteranno proposte per misure straordinarie a tutela della continuità occupazionale e salariale, oltre all’estensione dei benefici previdenziali legati all’esposizione ad amianto, strumenti di prepensionamento, riconoscimento delle mansioni usuranti e incentivi all’esodo. Le richieste sindacali, insieme alle proposte di intervento pubblico per la decarbonizzazione, riflettono la percezione di una fase di dismissione e la necessità di misure straordinarie di welfare per gestire possibili chiusure o ridimensionamenti delle attività.
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