L’apertura del Commissario europeo Raffaele Fitto a utilizzare i fondi europei per fronteggiare l’aumento dei prezzi dell’energia segna un ulteriore passaggio nella trasformazione della politica di coesione dell’Unione europea.
I fondi per la coesione sono nati come pilastro del progetto di integrazione comunitaria, pensati per sostenere le aree meno sviluppate e promuovere la giustizia sociale voluta dai fondatori del mercato comune. Sul piano economico, questo si traduceva nel principio di convergenza: tutti i territori devono crescere, ma quelli più indietro devono ricevere un sostegno che permetta loro di recuperare più rapidamente. Per questo i fondi strutturali sono stati concepiti soprattutto per finanziare investimenti a lungo termine, come le infrastrutture, e non la spesa corrente. La loro natura pluriennale ha trovato corrispondenza nella programmazione settennale del bilancio europeo.
Negli ultimi anni, tuttavia, la politica di coesione ha subito una progressiva metamorfosi. A partire dai primi anni Duemila i fondi sono stati sempre più integrati con politiche industriali e misure per la competitività. La svolta più marcata è avvenuta durante la pandemia di Covid-19, quando la Commissione europea ha rapidamente modificato i regolamenti per permettere l’impiego delle risorse della coesione, in particolare dei fondi regionali, a sostegno di famiglie e imprese colpite dalla recessione.
Il dibattito sul nuovo bilancio settennale 2028-2035 ha amplificato la richiesta di maggiore flessibilità nell’utilizzo dei fondi, per consentirne la destinazione anche in caso di emergenze impreviste. Nella revisione di medio termine della politica di coesione presentata lo scorso anno la Commissione ha inoltre proposto di inserire tra le nuove aree di impiego dei fondi grandi progetti di politica industriale europea, la difesa e l’abitare.
Queste proposte hanno incontrato resistenze: parte del Parlamento europeo e il Comitato europeo delle regioni hanno espresso contrarietà, ma la Commissione ha introdotto novità anche nell’architettura di governance della coesione, proponendo un marcato riaccentramento. Per la programmazione a partire dal 2028 la proposta attribuisce un ruolo molto più incisivo ai governi centrali, a scapito delle autorità regionali.
L’apertura di Fitto all’impiego dei fondi per l’emergenza energetica si colloca in questo quadro di crescente disponibilità all’uso dei fondi di coesione per rispondere a emergenze nazionali e di rafforzamento del ruolo dei governi centrali nella gestione e nell’indirizzo delle risorse. L’estensione dell’impiego dei fondi europei a politiche abitative e ora alla crisi energetica rappresenta un ulteriore passaggio da un modello fondato su investimenti per lo sviluppo territoriale a un modello in cui risorse europee possono essere impiegate dai governi centrali per sostenere spese correnti non facilmente conciliabili con i vincoli di bilancio.
Sul piano politico va inoltre considerato il contesto nazionale: il governo italiano si avvicina al termine della legislatura e dovrà affrontare un anno elettorale, momento in cui è comune un aumento della spesa corrente per consolidare il consenso. Permettere un uso disinvolto dei fondi europei per fronteggiare emergenze che incidono sul consenso politico, come la crescita dei prezzi energetici, potrebbe creare un precedente significativo sull’impiego dei fondi comunitari, aggravato dalla circostanza della presenza di un Commissario della stessa nazionalità che sostiene la proposta.
Il dibattito in corso sul futuro impiego e sulla governance dei fondi per la coesione rimane quindi centrale per definire se queste risorse continueranno a essere prioritariamente strumenti di convergenza territoriale o diventeranno un ulteriore strumento di politica economica nazionale e di gestione delle emergenze.

Maggiori approfondimenti: https://www.ilsole24ore.com/art/la-metamorfosi-fondi-europei-sviluppo-spesa-elettorale-AIazDYSD

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