Quattro lavoratori agricoli sono stati uccisi in modo atroce dopo essere stati bruciati all’interno di un’auto ad Amendolara, in Calabria. Le vittime — un cittadino pakistano e tre giovani afghani pashtun — avevano transitato dalla Sardegna prima di arrivare nella regione calabrese. I loro documenti sono stati trovati nell’appartamento dove alloggiavano a Villapiana insieme ad altri migranti.
Secondo quanto emerso dalle indagini, la matrice del delitto potrebbe essere legata al rifiuto di sottostare a pratiche di caporalato: un sistema che imponeva lavoro nei campi in cambio solo di vitto e alloggio, con il salario di fatto restituito ai datori di lavoro. Benzina e un accendino sarebbero stati usati per dare fuoco ai quattro uomini, mentre un quinto occupante dell’abitazione è riuscito a salvarsi sfondando un finestrino ed è attualmente l’unico sopravvissuto.
I nomi delle vittime sono stati resi noti dalle autorità: Waseem Khan, 29 anni, originario del Pakistan; e gli afghani pashtun Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Safi Iayjad, 27 anni, e Ullah Ismat Qiemi, 19 anni. Due pachistani, Safeer Ahmed e Ali Raza, sono stati sottoposti a fermo. Il sistema di videosorveglianza del distributore dove è avvenuta la strage avrebbe ripreso non solo i volti delle persone coinvolte ma anche la dinamica dell’azione.
Le immagini e gli elementi raccolti hanno suscitato una forte reazione politica e sociale. Il presidente della Regione Calabria ha definito gli autori del delitto “disumani”, mentre il vescovo di Cassano allo Ionio ha chiesto la fine di un «silenzio sporco delle convenienze» e della «zona grigia che vede, sa e lascia fare».
I sindacati di categoria hanno denunciato con forza il ruolo del caporalato e delle reti che reclutano manodopera sfruttando la vulnerabilità dei migranti. La Fai Cisl ha evidenziato la possibile alleanza tra sfruttatori e criminalità organizzata, sollecitando azioni coordinate tra istituzioni, imprese e parti sociali per contrastare il lavoro nero e favorire la denuncia di ricatti e violenze.
A livello locale, la Fai Cisl Cosenza ha sottolineato come l’episodio metta in luce condizioni di sfruttamento, lavoro nero e alloggi degradanti nel settore agricolo provinciale. Il sindacato chiede un rafforzamento dei controlli ispettivi, verifiche puntuali sui mezzi di trasporto e sulle strutture abitative dei lavoratori, nonché il pieno coinvolgimento della Cabina di Regia territoriale composta da Prefettura, Inps, Ispettorato del Lavoro, forze dell’ordine, organizzazioni sindacali, associazioni datoriali e altri soggetti istituzionali.
Tra le proposte avanzate vi sono il potenziamento della Rete del Lavoro Agricolo di Qualità come strumento di legalità e trasparenza, l’applicazione della condizionalità sociale prevista dalla Politica Agricola Comune e misure che introducano premialità per le imprese agricole virtuose. I sindacalisti hanno inoltre richiamato l’urgenza di percorsi di integrazione per i lavoratori immigrati e di una gestione dei flussi che risponda alle esigenze reali del comparto, semplificando le procedure di ingresso e ponendo la dignità umana al centro delle scelte.
Con l’avvio della stagione della raccolta delle produzioni ortofrutticole estive, è aumentato il rischio di sfruttamento della manodopera, specie tra i lavoratori più vulnerabili. I sindacati ribadiscono che la tutela della dignità del lavoro agricolo deve tornare a essere una priorità per le istituzioni e per l’opinione pubblica, in vista di interventi più incisivi e controlli più stringenti sul territorio.

Maggiori approfondimenti: https://www.conquistedellavoro.it/attualit%C3%A0/l-ombra-del-caporalato-sui-quattro-braccianti-uccisi-1.3354706

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