Durante la giornata inaugurale del Festival dell’Economia a Trento, Donato Masciandaro, professore ordinario alla Bocconi, ha analizzato il ruolo dell’amministrazione di Donald Trump sulla congiuntura economica internazionale, collegando il tema valutario alle scelte politiche dell’esecutivo statunitense.
Lo speech si è tenuto nello stesso giorno in cui il Centro studi di Confindustria ha lanciato un allarme sulla tenuta dell’economia a causa degli scenari di tensione nel golfo di Hormuz. Tutti i principali indicatori macroeconomici e le stime di istituzioni come la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale concordano su un rallentamento dell’economia globale.
Masciandaro ha posto due protagonisti al centro della sua analisi: «Il primo ovviamente è Trump, il secondo è l’europa», aggiungendo il concetto-chiave di «dominanza». Ha spiegato che Trump combina due caratteristiche rilevanti: è un populista ed è «speciale» perché guida l’esecutivo della nazione più potente al mondo sotto molteplici profili. Nel linguaggio dell’economia politica, ha osservato, il populista mira a massimizzare il consenso e a restare in carica, mettendo in discussione la separazione dei poteri che invece caratterizza il politico tradizionale.
Secondo Masciandaro, la distinzione cruciale riguarda l’uso degli strumenti economici: la politica tariffaria nell’approccio tradizionale viene impiegata per obiettivi economici — crescita, occupazione, controllo dell’inflazione — mentre nell’approccio geopolitico di Trump gli strumenti economici perseguono obiettivi non strettamente economici, come esercitare pressione su altri Paesi.
Ha portato esempi concreti: la politica dei dazi come strumento di pressione internazionale e il riferimento alla dottrina Monroe in occasione dell’attacco in Venezuela, che segnala una proiezione di dominanza internazionale. Questa dominanza, ha evidenziato, si estende al piano monetario: l’uso del dollaro come attrattore di capitali globali viene reinterpretato da Trump, che non ambisce a un dollaro forte ma a un dollaro più debole per favorire la rinascita della manifattura americana — una strategia che, secondo Masciandaro, il presidente coltiva fin dagli anni ’80.
Il nodo delle banche centrali indipendenti è centrale nella ricostruzione: queste istituzioni possono ostacolare piani politici orientati alla debolezza valutaria, e perciò — ha argomentato il docente — l’amministrazione cerca di indebolirne l’indipendenza. Non riuscendo a smantellare legalmente la Fed, osserva Masciandaro, si aprono spazi regolatori verso monete digitali, in particolare le stablecoin, che vengono definite «pseudo stabili» perché promettono parità nominale senza disporre di riserve al 100%.
Secondo l’analisi, molte stablecoin detengono solo una frazione di riserve in dollari e investono il resto in titoli pubblici americani. Questo aspetto risulta funzionale alla strategia di Trump, anche alla luce del crescente debito pubblico statunitense, concreto problema economico che il presidente tende a non affrontare pubblicamente. Masciandaro ha riassunto: si profila un populista interessato a una dominanza interna, monetaria e geopolitica.
Infine, l’euro emerge nella riflessione come «un esperimento straordinario», caratterizzato dall’assenza di un controllo politico diretto, e quindi un attore con ruoli e sfide distinti rispetto alla strategia statunitense. L’intervento ha sottolineato come le dinamiche politiche e le scelte di leadership possano influenzare profondamente mercati, valute e scenari macroeconomici internazionali.
Maggiori approfondimenti: https://www.ilsole24ore.com/art/trump-e-paradosso-politica-come-generatrice-incertezze-AIZ6G1AD

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