Le risorse per ridurre la dipendenza da materie prime critiche, investimenti per la digitalizzazione delle Pmi, programmi di formazione per la transizione digitale e l’arrivo dell’IA, fondi a sostegno della presenza in fiere internazionali per allargare gli orizzonti a nuovi mercati in tempi difficili per l’export, rafforzamento delle filiere produttive, interventi per l’efficientamento energetico delle aziende, aiuti per la quotazione in Borsa. E l’elenco potrebbe continuare ancora. Tutti progetti che la Lombardia teme di dover abbandonare senza i fondi di coesione che arrivano da Bruxelles. La ventilata riforma dei finanziamenti europei destinati direttamente alle Regioni mette ancora in allarme e ad alzare i toni è l’assessore allo sviluppo economico lombardo Guido Guidesi che arriva a paventare «una locomotiva d’Italia senza benzina, che potrebbe fermarsi, con ripercussioni importanti anche sul Pil nazionale dopo il 2027». Il nodo del contendere sta nella prossima programmazione del bilancio pluriennale europeo 2028-2034, che la Commissione dovrebbe presentare ufficialmente a metà luglio e su cui sono cominciate le prime discussioni. Un terzo del bilancio comunitario è ad oggi rappresentato dai fondi di coesione, che Bruxelles assegna alle Regioni. Una torta già destinata a ridursi per effetto dell’allargamento e che potrebbe essere ulteriormente tagliata per finanziare la difesa europea. Ma il vero tema che preoccupa la Lombardia, e con lei la gran parte delle regioni europee, è la gestione di quei fondi: vale a dire che si passi da un controllo regionale ad un Piano nazionale per ogni Stato membri che provvederebbe poi alla ripartizione sul modello del Pnrr. «Tolto il bilancio sanitario, come Regione siamo dipendenti dalla programmazione europea. Solo il mio assessorato, che opera nella prima regione manifatturiera d’Europa a sostengo delle imprese, dipende al 98% dai fondi europei – dice Guidesi -. Se la Lombardia ha ottenuto i risultati che ha ottenuto è perché gode di un ecosistema autonomo per la gestione di quei fondi. Con una gestione nazionalizzata, ritardi e distanza dal territorio il rischio sta in quello che è successo con il pnrr, che vede difficoltà di messa a terra senza le Regioni», incalza. La programmazione europea 2021-2027 per la Lombardia significa 2miliardi del Fondo di Sviluppo Regionale (FESR), 1,5 miliardi del Fondo Sociale Europeo (FSE), 100milioni per l’Interreg Italia-Svizzera (IT-CH), a cui si aggiungono 827 milioni del Piano Strategico Nazionale della Politica Agricola Comune, per un totale di oltre 4,4 miliardi in sette anni. «Ci siamo già mossi come Regione, ora a fare pressioni è il Comitato delle regioni europee, incalzato prima di tutte dalla tedesca Baviera. Che pure, per i sistemi tedeschi di ripartizione delle competenze, rischierebbe molto meno di noi» dice l’assessore lombardo. Un testo di riforma nero su bianco ancora non c’è e potrebbe non essere neppure discusso in questa prima fase, ma «è anche vero che nessuno ha mai smentito ufficialmente i nostri timori», dice Guidesi. «Una governance diversa sarebbe non solo la fine del regionalismo, ma uno stop per l’economia lombarda. In una Regione che ha 900mila partite Iva, senza i fondi europei, in sette anni avrei solo 14 milioni di euro da spendere per sostenerle. Ecco, io qui l’assessorato potrei chiuderlo…». E lancia un messaggio a Bruxelles, dove il dossier è nelle mani del commissario e vicepresidente Raffaele Fitto, ma anche a Roma «perché accenda i riflettori. Perché Regioni come la Lombardia possano continuare ad incidere sulla crescita, devono avere modo di fare innovazione. E l’innovazione ad oggi si fa grazie ai fondi di coesione europei. Se si ferma la Lombardia, gli effetti sul Pil sarebbero per tutti», conclude.
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